L’ultimo Poeta, l’ultima consolazione.
Da "Libro di condoglianze per Francesco Guccini"
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Francesco Guccini è morto e con lui, per quanto mi riguarda, si conclude il cantautorato italiano.
La prima canzone che ascoltai fu “Dio è morto”. Avevo 12 anni, non lo apprazzai abbastanza.
Due anni dopo, tra le solite mura della mia camera di un sabato pomeriggio, in compagnia della mia solitudine, apparve lui, La traccia seguiva un monologo del Signor G: parte “l’avvelenata”, mi affrettai a cercare “Francesco Guccini”, la prima canzone che mi comparve si chiamava “vedi cara”, fu la prima che scelsi. Me ne innamorai.
A quindici anni, nel pieno delle tipiche frustrazioni adolescenziali, soffrivo pensando a “mio padre che si faceva più vecchio, non raccontava favole e non mi prendeva per mano”, ora che di anni ne ho venticinque, sento che “mio padre - in fondo - mi è uguale”
Nel pieno degli anni di politica giovanile, lui è stato la mia ispirazione e compagno di viaggio, Guccini era verità. Non si trattava del colore politico, Guccini parlava di umanità.
A Firenze, sette anni fa, camminavo in piazza dell’indipendenza nel corso alberato. Passeggiavo, ancora una volta insieme alla mia tristezza discreta, ascoltai “E un giorno…”, disciolse la tensione in pianto.
Attendevo il giorno in cui in un libro o in un bar mi sarebbe stato “tutto chiaro”, mi chiedevo se avessi mai trovato nuovi amici. Non mi abbandonavo all’arrendevolezza; al contrario, volgevo uno sguardo di speranzosa fiducia verso il futuro, sorretta dalla certezza che la parola di Guccini fosse scevra da ogni menzogna.
Si dice che tutti dovrebbero avere dei grandi maestri nella propria vita. Francese Guccini è stato un uomo a cui mi sono ispirata.
Qualche anno fa iniziai a leggere Don Chisciotte. La lettura non fu fluida, perché interrotta da una forte sofferenza e dalla pietà nei confronti di un’utopista che non cedeva all’ingiustizia.
Guccini, ancora una volta, fu consolazione e comprensione.
Mi ha affrancata dal giudizio dei “critici”: di fronte al loro disprezzo, la mia urgenza era più severa, ossia “mantenermi viva”. Mi ha insegnato a ravvisare in ogni vicenda umana la medesima illusione senza cadere nel rimpianto, conducendomi alla comprensione e all’accettazione. Insomma, Guccini era l’ultimo.
Ho pensato più volte di inviargli una lettera, poggiavo la Treccani sulle gambe e iniziavo a sfogliarla, cercavo parole nuove per ringraziarlo, inutile dire che un reverenziale rispetto non mi ha mai permessa di farlo.
Guccini è stato la voce di un padre, il conforto del più caro amico, la consolazione, un Professore che mi insegnava la verità, L’ardore e l’irriverenza giovanile, la voce che mi ha insegnato a restare fedele a me stessa e ci ho creduto perché lui non era solo verbo. Tutte queste parole non rendono la meritata gratitudine che io riservo nei suoi riguardi, servirebbe Guccini per ringraziare Guccini.
Guccini oggi si coniuga al passato, con lui si conclude il cantautorato italiano. Francesco Guccini era l’ultimo Uomo, l’ultimo Poeta, l’ultima consolazione.
Con sofferente affetto, ti saluto.
Ciao carissimo Guccini.
